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FORMARE UN POPOLO PIÙ FORTEGUARIRE L'ANIMA MASCHILE

SII IL LEADER CHE SEI DESTINATO AD ESSERE

Così, quando Dio vi chiama per un compito, non permettete che un senso d’inadeguatezza o di mancanza d’esperienza vi impedisca di seguire la Sua guida. “Infatti è Dio che produce in voi il volere e l’agire, secondo il suo disegno benevolo” (Filippesi 2:13

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Sottotitolo: CHI È IDONEO A GUIDARE?

Autore: LeRoy Eims

Descrizione: Prima di assumere una responsabilità di leadership, le persone dovrebbero ponderare la cosa attentamente. “Non siate in molti a far da maestri, sapendo che ne subiremo un più severo giudizio” (Giacomo 3:1). I leader saranno sottoposti a un giudizio più rigido e severo di quanti li seguono. Questo unico pensiero dovrebbe farci riflettere.

La frase successiva in quello stesso capitolo ci offre un altro motivo: “Poiché in molte cose facciamo torto a molti” (King James Version). Sappiamo di far cadere molti; inciampiamo in molti modi. Per questo, esitiamo nel presumere di guidare altri.

Tuttavia, è evidente, analizzando la vita dei leader scelti da Dio, che il sentimento d’inadeguatezza non è una buona ragione per rinunciare. Dopo tutto, davanti a Dio siamo tutti peccatori. Chi tra noi può affermare di non aver perso le staffe in molti modi ed in molte situazioni diverse? Se questa fosse una ragione valida per non farsi avanti e assumersi un ruolo di guida, nessuno lo farebbe mai.

Consideriamo alcuni leader scelti da Dio nel passato e vediamo come risposero, quando il Signore si rivolse a loro perché assumessero la guida in un compito.

La chiamata di Mosè

Vediamo Mosè. Era sperduto in un deserto e si occupava del gregge di Ietro, suo suocero, quando arrivò la chiamata di Dio. Il fatto stesso che quest’uomo molto istruito, abituato alle comodità e ai piaceri del palazzo, fosse allora occupato in una delle attività più umili, avrebbe potuto essere sufficiente per amareggiarlo. Occuparsi delle pecore era un lavoro tenuto in scarsa considerazione. Avrebbe potuto sentirsi un fallimento completo e così dispiaciuto per se stesso, concentrandosi sulla sua miseria e la sua sventura, al punto da non sentire la voce di Dio. Inoltre, lavorava per i suoi parenti acquisiti!

Accadde allora qualcosa di strano e meraviglioso. “L’angelo del Signore gli apparve in una fiamma di fuoco, in mezzo ad un pruno. Mosè guardò, ed ecco il pruno era tutto in fiamme, ma non si consumava” (Esodo 3:2).

La prima cosa che il Signore fece fu di rivelarsi a Mosè. Mosè era certo che fosse Dio a parlargli (vedi i vv. 5 – 6). Questo è qualcosa di cui bisogna essere certi nella propria mente. Quando viene qualcuno a chiedervi di servire in un modo o nell’altro, siate certi che venga da parte di Dio. Non fate un passo in nessuna direzione, non dite né sì né no, finché non sapete qual è la volontà di Dio al riguardo.

Talvolta potreste conoscere la volontà di Dio immediatamente. Altre volte dovrete attendere che Dio ve la chiarisca. Siate certi, però, che Dio ve la mostrerà. Il nostro Padre celeste è capace di comunicare con i Suoi figli. Dio vi confermerà la Sua volontà in merito. Non vuole che trascorriamo la vita nell’incertezza.

Siccome Dio si preoccupa di ciò che facciamo, ci farà conoscere la Sua volontà. Ci promette che lo farà. “Io ti istruirò e ti insegnerò la via per la quale devi camminare; io ti consiglierò e avrò gli occhi su di te ” (Salmo 32:8). Notate che il pronome “Io”, che si riferisce a Dio, in questo versetto appare due volte. È responsabilità di Dio guidarci. La certezza della guida è fondamentale nelle Scritture come la certezza del perdono. Notate, inoltre, che Dio dice: “Io ti istruirò. Io ti insegnerò. Io ti guiderò”. Egli ci mostrerà la strada. Che certezza benedetta!

Un’altra promessa si trova nel Salmo 48:14: “Questo è Dio, il nostro Dio in eterno; egli sarà la nostra guida”. Le parole di questa promessa sono inequivocabili: “Egli sarà la nostra guida”. Perciò potete contare sulla Sua volontà e la Sua capacità di mostrarvi la Sua volontà. Come Mosè, potrete essere certi che Dio ha parlato.

La seconda cosa che accadde fu che il Signore rivelò a Mosè il peso che Egli aveva per il Suo popolo. Il Signore disse: “Ho visto, ho visto l’afflizione del mio popolo che è in Egitto e ho udito il grido che gli strappano i suoi oppressori; infatti conosco i suoi affanni…” (Esodo 3: 7). Mosè, ricorderete, aveva un peso per gli affanni dei figli d’Israele e fu un incoraggiamento per lui rendersi conto che anche Dio stesso era preoccupato per loro.

Allora Dio fece un’affermazione drammatica: “Sono sceso per liberarlo dalla mano degli Egiziani e per farlo salire da quel paese in un paese buono e spazioso, in un paese nel quale scorre il latte e il miele” (v. 8). Potete immaginare la gioia e l’emozione che a quel punto deve aver inondato la mente di Mosè? Il Dio vivente stava per intervenire personalmente a liberare il popolo!

Quindi il Signore fece un’affermazione che deve aver gettato Mosè nella confusione: “Or dunque va’; io ti mando dal faraone perché tu faccia uscire dall’Egitto il mio popolo, i figli d’Israele” (v. 10). Non sentite le domande che scaturirono dalla mente di Mosè? “Ma Signore, pensavo che Tu avessi detto che Tu saresti andato a liberarli. Perché allora questa idea che sia io ad andare dal Faraone e che sia io a portar fuori dall’Egitto i figli d’Israele? Se sei Tu che stai per farlo, Signore, perché devo andare io?”

Quella, appunto, è la domanda chiave alla quale noi tutti dobbiamo ricevere una risposta nella nostra mente. Quando comprendiamo che il metodo di Dio per portare a compimento il Suo piano e il Suo proposito è la gente, iniziamo a comprendere il nostro ruolo nel regno di Dio.

Questo accadde con Mosè. Dio aveva un lavoro per lui. Tuttavia, Mosè non si sentiva all’altezza del compito che Dio gli aveva affidato e gridava a Lui dicendo: “Chi sono io?”

Questa, francamente, non è una domanda così difficile per Dio. Avrebbe potuto rispondere semplicemente: “Tu sei Mosè”, ma la domanda era così irrilevante, che Dio non si preoccupò neppure di rispondere.

In essa sta uno dei più grandi segreti della leadership dell’avventura cristiana. Dio disse: “Io sarò certamente con te”.

Ciò che il Signore stava cercando di comunicare a Mosè era una verità potente. “Mosè, non importa chi sei, se ti senti all’altezza o no, se ti senti adeguato all’incarico o meno. Il punto è che Io ci sarò. Ti ho detto: Sono sceso per liberarlo. Sto per farlo e sto per offrirti il privilegio di esserci insieme a Me. Tu sarai il Mio strumento di liberazione”.

Senza esitazione, ricordate questa verità quando Dio vi chiamerà ad assumere un ruolo di leadership nella Sua opera. Dio non cerca persone che si sentano all’altezza. Paolo disse: “Non già che siamo da noi stessi capaci di pensare qualcosa come se venisse da noi; ma la nostra capacità viene da Dio” (2 Corinzi 3:5).

Sono certo che il senso d’inadeguatezza e d’insufficienza sia un vantaggio, anziché un limite. La testimonianza di Paolo lo avvalora: “Egli mi ha detto: «La mia grazia ti basta, perché la mia potenza si dimostra perfetta nella debolezza». Perciò molto volentieri mi vanterò piuttosto delle mie debolezze, affinché la potenza di Cristo riposi su di me ... perché quando sono debole, allora sono forte” (2 Corinzi 12: 9-10).

Molti sono sorpresi per questo e dicono: “Intendi dire che il grande apostolo Paolo si sentiva così?” La risposta è sì, e senza dubbio questo contribuì alla sua grandezza.

Anche la lezione immediatamente dopo che possiamo imparare nel vedere la chiamata di Mosè è importante. È giusto essere consci della nostra inadeguatezza, ma non dobbiamo fermarci qui. Dobbiamo anche essere convinti dell’assoluta sufficienza di Dio. Questo è il passo successivo di Dio nel trattare con Mosè.

Mosè sollevò un altro quesito: “Ecco, quando sarò andato dai figli d’Israele e avrò detto loro: «Il Dio dei vostri padri mi ha mandato da voi», se essi dicono: «Qual è il suo nome?» che cosa risponderò loro?” (Esodo 3:13).

A questa domanda Dio dà una risposta straordinaria: “«Io sono colui che sono». Poi disse: «Dirai così ai figli d’Israele: «l’IO SONO mi ha mandato da voi»... «Il Signore, il Dio dei vostri padri, il Dio d’Abraamo, il Dio d’Isacco e il Dio di Giacobbe, mi ha mandato da voi». Tale è il mio nome in eterno; così sarò invocato di generazione in generazione” (vv. 14-15).

Quando ero un giovane cristiano, fui confuso per lungo tempo riguardo a questa risposta. Che cosa voleva dire Dio, quando si rivelò come l’ “IO SONO”? Poi, un giorno, fui colpito. Dio stava dicendo: “Qualsiasi cosa ti occorra, quello è ciò che Io sono!”

A quel punto della sua vita, Mosè aveva bisogno d’incoraggiamento e di forza. È possibile che questa possa essere la vostra necessità, quando riceverete una chiamata da parte di Dio per servirLo in qualche compito particolare.

E, cosa ben più importante, il fatto che noi abbiamo sempre delle necessità mette in luce questa verità. Abbiamo bisogno di conforto? Io sono è il nostro conforto: “Gettando su di lui ogni vostra preoccupazione, perché egli ha cura di voi” (1 Pietro 5:7). Abbiamo bisogno della vittoria su qualche peccato che ci tormenta? Io sono è la nostra vittoria: “Ma ringraziato sia Dio, che ci dà la vittoria per mezzo del nostro Signore Gesù Cristo” (1 Corinzi 15:57). Abbiamo bisogno d’amore? “Dio è amore” (1 Giovanni 4:8). E così via, lungo tutto l’elenco delle necessità. Dio è assolutamente sufficiente per far fronte ad ognuna di esse. Ciò che Dio stava dicendo era: “Io sono tutto ciò di cui ha bisogno il mio popolo”.

Perciò è vero che dobbiamo riconoscere la nostra insufficienza, ma non dobbiamo fermarci lì. Se lo facciamo, siamo nei guai. Dobbiamo andare avanti riconoscendo l’assoluta adeguatezza e sufficienza di Dio per affrontare qualsiasi prova, per superare ogni problema e per vincere ogni vittoria. Per Mosè ci volle un po’ di tempo, ma ci arrivò e fu usato da Dio in modo potente.

La chiamata di Gedeone

Per rafforzare nelle nostre menti la verità assolutamente fondamentale della sufficienza di Dio, prendiamo in esame un altro uomo nel momento della sua chiamata da parte di Dio. Ricordate le grandi battaglie affrontate e vinte da Gedeone? Con un pugno d’uomini mise in fuga gli eserciti stranieri. Fu sempre così? Audace, coraggioso, splendidamente valoroso in battaglia?

Difficile a dirsi!

I figli d’Israele soffrivano sotto la mano dei Madianiti. Si nascondevano in rifugi e caverne sulle montagne. I Madianiti distruggevano i loro raccolti e razziavano il loro bestiame. Questi nemici, come la piaga delle cavallette, distruggevano ogni cosa mentre percorrevano la loro terra. Il motivo del dilemma d’Israele era, ovviamente, il suo peccato. “Ma i figli d’Israele fecero ciò che è male agli occhi del Signore, e il Signore li diede nelle mani di Madian per sette anni” (Giudici 6:1).

Una notte Gedeone stava trebbiando un po’ di grano per nasconderlo dai Madianiti. L’angelo del Signore apparve e lo chiamò perché fosse lo strumento per liberare il popolo di Dio dalle mani dei Madianiti.

La prima risposta di Gedeone era piuttosto familiare per Dio, all’epoca. “Ah, signore mio, con che salverò Israele? Ecco, la mia famiglia è la più povera di Manasse, e io sono il più piccolo nella casa di mio padre” (v. 16).

Notate la somiglianza con ciò che Dio disse a Mosè presso il roveto ardente. In effetti, Dio disse: “Gedeone, non importa se la tua famiglia è la più povera di Manasse o se tu sei l’ultimo della casa di tuo padre. Ciò che conta non è chi sei tu, ma che io sarò con te. Non è sulla tua debolezza che dobbiamo concentrarci, ma sulla Mia forza. Io opererò per mezzo di te”.

Perciò, se Dio vi chiama per affidarvi un incarico e avete un opprimente senso di debolezza, d’insufficienza e d’inadeguatezza, rallegratevi! Siete in buona compagnia. Le persone che hanno servito Dio, nel corso dei secoli, si sono sentite nello stesso modo. Tuttavia, hanno creduto che Dio sarebbe stato sufficiente per poter svolgere il compito al quale Egli li aveva chiamati.

La chiamata di Geremia

C’è un’altra persona che dobbiamo prendere in esame per completare questo argomento. Geremia fu uno dei più grandi profeti di Dio. Fu fedele alla chiamata del Signore e soffrì per la sua fedeltà. Ma come fu la sua chiamata? E come rispose Geremia, quando Dio gli parlò affinché assumesse una posizione di leadership nel Suo regno? Ascoltate: “La parola del Signore mi fu rivolta in questi termini: «Prima che io ti avessi formato nel grembo di tua madre, io ti ho conosciuto; prima che tu uscissi dal suo grembo, io ti ho consacrato e ti ho costituito profeta delle nazioni »” (Geremia 1:4-5).

Il compito fondamentale di un profeta era proclamare la parola di Dio al popolo di Dio. Come rispose Geremia a questa sfida? Colse immediatamente l’occasione con fede ed entusiasmo? No, la sua risposta fu simile a quella di Mosè e di Gedeone: “Io risposi: «Ahimè, Signore, Dio, io non so parlare, perché non sono che un ragazzo»” (v. 6). La sua reazione iniziale fu d’inadeguatezza. Non si sentiva all’altezza del compito.

Ecco la risposta di Dio: “Non dire: «Sono un ragazzo; perché tu andrai da tutti quelli ai quali ti manderò, e dirai tutto quello che io ti comanderò. Non li temere, perché io sono con te per liberarti», dice il Signore” (vv. 7-8). Notate la promessa di Dio: “Io sono con te”. Ancora una volta, ciò che conta è che Dio sia lì. Il sapiente, onnipotente, più che sufficiente Dio sarà dalla sua parte. In ogni caso, questo è ciò che Egli continua a dire.

Nel caso di Geremia, Dio non gli promise un giardino di rose, ma la certezza della Sua presenza e della Sua protezione: “Essi ti faranno la guerra, ma non ti vinceranno, perché io sono con te per liberarti, dice il Signore” (v. 19).

Altre chiamate – Allora e adesso

Ricordate le ultime istruzioni del Signore Gesù Cristo ai Suoi seguaci? “Andate dunque e fate miei discepoli tutti i popoli”. A questo incarico, unì la promessa :“Io sono con voi tutti i giorni” (Matteo 28:19-20). Dio ci sta dando ancora le stesse fondamenta che diede in passato agli eroi della fede affinché Lo seguissero con fiducia: “Io sono con voi”.

Alcuni anni fa mi fu chiesto di parlare a un ritiro della scuola domenicale. Per anni Jim Rayburn, fondatore del movimento Young Life, era stato l’insegnante della classe per uomini e donne della First Presbyterian Church di Colorado Springs. La classe teneva il suo ritiro annuale e si rivolsero a The Navigators per avere un oratore. Rod Sargent, che era stato inizialmente invitato, non poteva andare, così mi convocò nel suo ufficio e suggerì che andassi io.

Ero raggelato. Andare in una classe che aveva come insegnante Jim Rayburn? Che cosa potevo offrire a una classe che aveva quell’uomo di Dio per insegnante? “Io non posso parlare”, pensai, “perché sono un ragazzo”. A quel tempo ero nel Signore da sei o sette anni e molte delle persone che sarebbero state là erano più anziane di me, sia anagraficamente sia spiritualmente. Così iniziai a spiegarlo a Rod e a chiedergli di trovare qualcun altro.

Rod sedeva lì guardandomi e per un po’ non disse nulla. Poi parlò. “LeRoy”, disse, “ho notato una cosa di te. Sembra che tu voglia sempre prendere la via più facile. Tu eviti ciò che può essere difficile o che richiede un vero passo di fede”. Poi mi disse di pensarci un po’ e di pregare.

Lo feci. Benché mi sentissi ancora inadeguato all’incarico, il Signore mi disse chiaramente di accettare. Non occorre dire che mi preparai con molto studio e con ore di preghiera.

Con mia grande soddisfazione, il ritiro andò piuttosto bene. Sentivo la presenza e la guida di Dio e la Sua potenza che mi dava forza. Il Signore mi insegnò alcune lezioni molto utili in quella situazione, non ultima il monito di non scegliere la via più facile. Quell’esperienza fu un bene per me, fu difficile, ma utile nel corso degli anni.

Un’altra cosa che il diavolo può usare per impedirci di fare un passo di fede in risposta alla chiamata di Dio è qualcosa di non gradito nel nostro passato. Potremmo sentire che questo ostacolo sia troppo grande o che sarà un ostacolo nel lavoro. Ancora una volta, le Scritture ci ricordano come questo argomento sia sbagliato.

L’apostolo Paolo, ricorderete, era un omicida che aveva speso molto tempo ed energie nel perseguitare la chiesa di Dio. In seguitò confessò con vergogna: “Signore, essi sanno che io incarceravo e flagellavo nelle sinagoghe quelli che credevano in te; quando si versava il sangue di Stefano, tuo testimone, anch’io ero presente e approvavo, e custodivo i vestiti di coloro che lo uccidevano” (Atti 22:19-20).

Paolo disse di se: “Io sono il minimo degli apostoli, e non sono degno di essere chiamato apostolo, perché ho perseguitato la chiesa di Dio” (1 Corinzi 15:9). Però, scrisse anche: “Io ringrazio colui che mi ha reso forte, Cristo Gesù, nostro Signore, per avermi stimato degno della sua fiducia, ponendo al suo servizio me, che prima ero un bestemmiatore, un persecutore e un violento; ma misericordia mi è stata usata, perché agivo per ignoranza nella mia incredulità” (1 Timoteo 1:12-13).

Se mai ci fu un uomo i cui precedenti avrebbero dovuto renderlo inutilizzabile per Dio, quello era Paolo. Eppure divenne il grande apostolo dei Gentili e Dio lo usò per scrivere la maggior parte del Nuovo Testamento.

Anche altre persone con macchie scure nel loro passato divennero grandi servitori di Dio. Penso a Giovanni Marco, che si dimostrò un servitore infedele in un viaggio con Paolo e Barnaba. Quando quegli uomini progettarono il loro viaggio successivo, Paolo rifiutò di portare con sé Marco a causa di quel precedente fallimento (vedere Atti 15: 36-38).

Eppure, quello fu l’uomo che Dio scelse per scrivere il Vangelo di Marco, che presenta Suo Figlio come il servitore fedele. Non fu certamente in base al suo passato che Dio scelse Marco per affidargli quel compito.

Davide fu scelto da Dio come comandante e guida del Suo popolo e per essere a capo dell’amministrazione del governo. Il suo “background” era quello di un pastore che conduceva al pascolo delle pecore sulle colline della terra d’Israele. Ma Dio lo chiamò ed egli Lo seguì. La sua precedente esperienza, o la mancanza di un’esperienza precedente, non contavano.

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